Patrick Rothfuss, pp.728
Fanucci, EURO 16,90
Mi considero de facto un ex-appassionato di Fantasy (che qui su Ozia distinguiamo dal Fantastico) o, in alternativa, un appassionato stufo nel non trovare ormai da troppi anni pane per i suoi denti. Dovendo scegliere una tra le due definizioni tenderebbe a far propendere per la seconda la mia ostinazione nel cercare di tanto in tanto una nuova saga che valga la pena di essere letta dopo le molte recenti delusioni a cominciare dagli stereotipatissimi nani di Heitz, passando per gli illegibili orchi di Nicholls e via proseguendo per gli sterminati esercizi di grafomania del defunto Jordan. Fanno eccezione naturalmente l’inarrivabile saga di George Martin e, limitatamente ai primi due volumi, la trilogia dei Lungavista di Robin Hobb, esclusi i quali ogni approccio negli ultimi dieci anni al Fantay contemporaneo mi è apparso un’inutile perdita di tempo e diottrie. L’ opera di Rothfuss ha ottenuto un plebiscito , accuratamente documentato nella quarta di copertina del secondo volume, tra gli scrittori del genere convincendomi alla fine ad un ulteriore speranzoso tentativo che, premetto fin da subito, è riuscito soltanto a metà. La storia ci viene narrata dallo stesso protagonista Kvothe utilizzando l’espediente narrativo della dettatura delle proprie memorie ad uno storico del suo tempo dal nome poco originale di Cronista, per riconsegnare la sua eroica e controversa vita alla posterità ripulita da menzogne, leggende e falsi miti. Per chi sa cos’è un RPG e ne ha praticato i sacri testi, Kvothe è l’eroe multiclasse per eccellenza: mago, ladro assassino, bardo e, plausibilmente, anche guerriero; un personaggio efficace e ben costruito che monopolizza interamente la narrazione e le cui gesta ci vengono narrate fin dalla prima infanzia. Il limite più grande del romanzo è però il passo col quale ci vengono narrate, terribilmente lento tanto che dopo 730 pagine circa il giovane eroe ha appena 15 anni, non ha finito le scuole, non ha ancora baciato la ragazza che ha impiegato 70 pagine per presentarci e altre 300 circa per conquistare. Interi capitoli se ne vanno in bevute in locanda, chiacchiere, piccoli progressi, beghe tra liceali e inestinguibili problemi economici descritti al dettaglio, anzi allo Jot, dei quali siamo sempre minuziosamente informati.
Nello stesso numero di pagine la Terra di Mezzo era già sprofondata nel caos, a Westeros erano morti almeno tre protagonisti indispensabili e ne erano stati introdotti una trentina, mentre Ivanhoe era finito e riiniziato da un pezzo.
Le idee buone ci sono, a cominciare da un sistema di magia piuttosto efficace e innovativo, molti personaggi secondari funzionano, così come i dialoghi e le riflessioni del protagonista il cui tragic flaw è verosimile quanto tuttosommato prevedibile. Alcune ingenuità compaiono riguardo alla coerenza dell’ambientazione: le nozioni di fisica diffuse nel mondo di Rothfuss sembrano fuori luogo a cominciare dalla nozione di gravità e l’uso corrente dell termine galvanico (il cui etimo è un paradosso in un medioevo per di più parallelo), l’Accademia degli Arcanisti ha troppi elementi simili a una moderna università, il sistema economico traballa per facilità degli scambi commerciali e della circolazione della moneta, mentre un’arte magica potenzialmente devastante non viene usata come arma da chi ne detiene la conoscenza. Con gli esempi si potrebbe proseguire a lungo, tutti peccati veniali forse, impossibili però da non registrare.
Rothfuss scrive di gran lunga meglio della media dei suoi colleghi, seppur non bene quanto la Hobb e neanche lontanamente quanto Martin, ma tutto sommato non incanta, buone ad esempio le descrizioni ma i periodi davvero incisivi sono pochi, inoltre dissemina indizi che si capisce benissimo che torneranno in seguito a risolvere porzioni di trama, concessione necessaria ma che personalemente amo che venga usata con maggiore opacità.
Non una delusione in definitiva e scommetto anzi che, per la gioia di Fanucci, i giovani appassionati di Fantasy e Fantastico lo troveranno strepitoso: del resto è gente con lo stomaco di ferro cui puoi vendere decine di volte lo stesso libro di vampiri senza che se ne accorgano neppure lontanamente, figuriamoci gli strepiti davanti a un buon romanzo d’avventura con alcuni apprezzabili elementi di originalità.
Sono combattuto se comprare il secondo volume della trilogia oppure no, si tratta di altre 1141 pagine e il nostro eroe non è neppure a metà dell’addestramento… certo Rothfuss ci spiega con dovizia di particolari che gli Edema Ruth, il popolo di girovaghi cui Kvothe appartiene, sono famosi per la narrazione di storie lunghe e dettagliate ma io, che ahimé nella vita non faccio il girovago ed ho quintalki di altri libri da leggere, non so se ho abbastanza tempo e voglia per starli ancora molte notti ad ascoltare.
Piccola nota di demerito per Fanucci, il testo presenta parecchi refusi.
Voto: 6






